Diciamolo ancora una volta: le parole non sono un optional. Non sono un orpello utile ad abbellire la nostra comunicazione, e non vanno pescate a caso nell’infinito vocabolario che abbiamo a disposizione. Certamente qualcuno nel leggere utile ad abbellire la nostra comunicazione, avrà pensato: “Come no! Sono utilissime a rendere coinvolgete un discorso, a invitare alla lettura di un testo”.
Ed è effettivamente così, l’attenzione va portata a un passaggio precedente all’aprire bocca o allo scrivere nero su bianco: le parole vanno scelte, vanno pronunciate anche con la modalità che appartiene a loro. Così si avrà un testo bello e un discorso coinvolgente.
Non correre, non avere fretta di dire o di scrivere, respirare, lasciare alcuni istanti di pausa prima di proseguire è una via per poter scegliere le parole e lasciare che emergano in tutta la loro energia.
Il silenzio, la pausa, non interrompono certo il flusso, anzi danno ritmo e chiarezza.
E quando si scrive, dov’è la pausa? Quando le parole scorrono come un fiume in piena – l’attimo dell’inspirazione potremmo dire – vanno afferrate tutte velocemente, per poi dare loro ordine e assemblarle nel nostro testo; la pausa è nel momento in cui lasciamo che facciano conoscenza l’una con l’altra , lasciandole sole e allontandandoci per poi tornare e ascoltare se realmente suonano così armoniche.
Pausa, la parola non necessariamente indica un momento di astensione di lunga durata, può essere il momento di un respiro, il momento di uno sguardo sollevato altrove, un soffio che se ascoltato ci permetterà totale chiarezza di quanto le parole siano in unione, o ci indicherà quali cambiamenti apportare. Sapete come la chiamo questa pausa? Consapevolezza.
La consapevolezza che mettiamo in quelle che diciamo o in quello che scriviamo è fondamentale nel rivolgerci all’altro e anche a noi stessi. Saper scrivere e saper parlare è una dote, e allo stesso tempo è un’abilità che si sviluppa e si affina con l’esperienza. Fare esperienza anche della consapevolezza nell’ascolto delle parole. Perché se vanno scelte, beh, vanno anche ascoltate, che siano pronunciate o lette.
E divertenti sono i punti di vista che avvolgono un semplice “Buongiorno” pronunciato da Bilbo Beggins nell’accogliere Gandalf, in Lo Hobbit, di John R. R. Tolkien:
…”Buon giorno” disse Bilbo…”Cosa vuoi dire?” disse “Mi auguri un buon giorno, o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no? O che quest’oggi ti senti buono, o che è un giorno in cui si deve essere buoni?”
“Queste quattro cose insieme” disse Bilbo…
E chissà quanta consapevolezza avesse Bilbo nel salutare Gandalf e quanto Gandalf abbia prestato attenzione al tono di Bilbo… Ma questa è un’altra storia… o interpretazione.