Scrivere un testo è creare. Che sia una storia, un racconto breve, una biografia… E’ una semplice azione che apprendiamo sin da piccoli, e accade che a un certo punto scegliamo di renderla preziosa con le emozioni, le ispirazioni che provengono da… Dove? Individuare la derivazione non è così importante.
C’è un aspetto, invece, che vorrei condividere e che interessa quei tranelli in cui, quando si scrive, si può incappare, con il rischio di appesantire e non permettere una scorrevole e piacevole lettura.
Un esempio: può accadere che si cerchi di “far arrivare” il più possibile al lettore ciò che si vuole trasmettere, e così ecco un’abbondanza di parole e frasi che per l’autore appaiono importanti, indispensabili, utili.
Un altro caso: mostrare quanto se ne sa di un determinato argomento. E’ certo un punto di vista che per l’autore può essere sacro, e allora via agli spiegoni che portano a un testo complesso, non fluido.
Scrivere è innanzitutto trasmettere, su questo siamo d’accordo. Tuttavia, cogliendo spunto da un pensiero di Gregory Bateson nella sua opera Mente e Natura, è il ricevente a dare significato al messaggio. E parlo di messaggio perché scrivere è comunicare, è un far arrivare qualcosa a qualcuno.
A volte il messaggio dell’autore può essere frainteso, può arrivare in una modalità che non è proprio quella auspicata, e sono tutte possibilità. Ora una domanda: vale la pena spiegare il più possibile, chiarire il più possibile? Un punto di vista esterno può essere guida nello sciogliere eventuali dubbi, nell’invitare a chiedersi se un passaggio o un periodo fitto di parole sia veramente utile o se si possa rinunciare. E in questo un editor può essere guida, e come sarebbe scrivere e sostare nell’incanto di vedere come il nostro scritto viene interpretato? Come sarebbe permettersi di incontrare anche la possibilità che la storia sia arricchita da nuovi significati e messaggi percepiti dal lettore?
Ecco un esempio di un testo scritto da me come autrice (in occasione di una formazione) e rivisto da me, dopo un po’ di tempo, come editor. E quindi: buona la prima?
Non sempre!
Storia di un albero e di un batter d’ali colorato
Francesca Girardi (autrice)
Questa è la storia di un albero e di un batter d’ali colorato. Ogni giorno il volo allegro di farfalle avvolge il tronco e agli occhi dei viandanti compare un albero danzante in uno scialle di gioia che regala sollievo al loro cammino. Pause ristoratrici hanno luogo sotto le fronde.
Una mattina una farfalla si ferma a terra, non vola più. Poi, un’altra farfalla non vola più. Impaurite da quanto accade anche le altre farfalle smettono di abbracciare il tronco; gli girano intorno, per poi trovarsi distanti. Il tempo di un battito d’ali, e tutto si ferma. La danza si arresta.
I viandanti passano raramente, guardano con occhi vuoti l’orizzonte, l’albero non risveglia più meraviglia e interesse. Piantato al suo posto, appare vestito di solitudine, senza alcuna frizzantina coperta ad avvolgere la corteccia. L’albero, solo, è l’unica certezza per se stesso, mentre attorno tutto è mutato. Le farfalle giaciono stanche, addormentate, rinchiuse nelle fessure a terra. I viandanti non passano più.
La chiamano “metamorfosi“. È giunta senza preavviso, è dilagata, ha arrestato le farfalle, ha deviato il cammino dei viandanti, ha mutato l’aspetto dell’albero, sempre al suo posto e solo. I giorni passano, le settimane pure e diventano mesi finché un disegno, quasi lanciato da un’invisibile mano, cade ai piedi dell’albero: lingue di colore si intrecciano e sfumano in un insieme brillante che mostra su carta il ritratto della Bellezza. L’albero si commuove, vorrebbe toccarla, mostrarla ai rami più alti affinché possano mostrarla altrove e urlare: “Vedete, c’è! Possiamo ancora gioire! Farfalle, amiche mie smarrite, tornate a volare. Viandanti, mettetevi in cammino”. Sa che attorno ci sono tutti, farfalle e viandanti, ma la metamorfosi li ha trasformati in entità distinte, solitarie, preferiscono dimorare lontane. Il disegno lo abbandona, sollevato da una folata di vento.
I giorni trascorrono, il sole e la luna continuano a rincorrersi, ma l’albero è sempre lì, nel mezzo della metamorfosi. La guarda, l’ascolta, la lascia cadere su di sé, finché comprende che la metamorfosi è mutamento: deve mutare, per vivere.
Decide di cullare se stesso, piano piano anche le fronde si sciolgono dalla paralisi che le ha tenute silenziose, e lasciano che il vento si accordi con loro in una leggera melodia. La metamorfosi ha portato lontano farfalle e viandanti, ma ha permesso all’albero di scoprire nuova linfa. A poco a poco, rallegrati dalla melodia, tornano i viandanti e il ristoro si fa musica. Le farfalle tornano e tingono di gocce colorate le fronde. L’albero ha capito: la metamorfosi c’è, non lo abbandona, ma riesce ad abbracciarla in un nuovo batter d’ali colorato. Una nuova metamorfosi di vita.
Storia di un albero e di un batter d’ali colorato
Francesca Girardi (editor)
Questa è la storia di un albero e di un batter d’ali colorato. Ogni giorno un allegro volo di farfalle avvolge il robusto tronco e agli occhi dei viandanti si mostra un albero danzante in uno scialle di gioia che regala sollievo al loro cammino. Sotto le leggere fronde, pause ristoratrici arricchiscono la danza.
Una mattina una farfalla si posa a terra, seguita subito da un’altra farfalla. Impaurite da quanto accade, anche le altre farfalle smettono di volare attorno al tronco, e pian piano si allontanano.
Tutto si ferma. La danza scompare.
I viandanti passano, ma non guardano più l’albero che radicato al suo posto appare vestito di solitudine, senza alcuna frizzantina e colorata coperta ad avvolgere la sua corteccia.
L’albero, solo, è l’unica certezza per sé stesso, attorno tutto è mutato. Le farfalle sono a terra stanche, addormentate. Anche i viandanti non passano più…
La chiamano metamorfosi. È arrivata senza preavviso, ha rubato il battito d’ali alle farfalle, ha deviato il cammino dei viandanti, ha mutato l’aspetto dell’albero che rimane sempre al suo posto, ma solo.
I giorni passano, passano le settimane e diventano mesi finché un disegno, lanciato da un’invisibile mano, cade ai piedi dell’albero. In un mosaico armonioso di lingue di colore, che si intrecciano e sfumano, è ritratta la Bellezza. L’albero si commuove, vorrebbe toccarla, mostrarla ai rami più alti affinché possano mostrarla altrove e gridare: “Vedete, c’è! Possiamo ancora gioire! Farfalle, amiche mie smarrite, tornate a volare. Viandanti, mettetevi in cammino”.
Anche se distanti, ha fiducia della presenza delle farfalle, dei viandanti; è la metamorfosi ad averli trasformati in entità distinte, solitarie, che preferiscono dimorare lontane. A un tratto, una folata di vento fa volare il disegno e lo porta lontano.
Il tempo scorre, il sole e la luna continuano a rincorrersi. L’albero è sempre lì, nel mezzo della metamorfosi. La guarda, l’ascolta, la lascia cadere su di sé, finché comprende che la metamorfosi è mutamento: deve mutare per vivere. Decide di cullarsi, inizia a far ondeggiare le sue radici, poi il tronco finché, piano piano, anche le fronde si sciolgono dalla paralisi che le ha tenute silenziose, e lasciano che il vento si accordi con loro intonando una vibrante melodia.
La metamorfosi ha portato lontano farfalle e viandanti, ma ha permesso all’albero di scoprire una sua nuova linfa. A poco a poco, rallegrati dalla melodia, tornano i viandanti e il ristoro si fa musica.
Le farfalle tornano e rallegrano di gocce colorate le fronde.
L’albero ha imparato: la metamorfosi c’è ancora, ciò che è cambiato è che lui, ora, riesce ad abbracciarla in un nuovo batter d’ali colorato.
Una nuova metamorfosi di vita.