UN ROMANZO. UN ESERCIZIO DI PENSIERO

    9788831924757_0_424_0_75---Tglio Lucia Stefanelli Cervelli, La morte prudente

    Era un po' di tempo che non scrivevo, o meglio, che non mi dedicavo a trascrivere in parole le mie esperienze, i miei incontri letterari. Poi, nel mentre prendevo consapevolezza di ciò, ho ricevuto la condivisione di una recensione e ho incontrato un nuovo stimolo di lettura. La morte prudente, un titolo che suona forte, ma al tempo stesso trasmette un certo senso di attesa. Mi sono chiesta: perché non essere il tramite per condividere  il punto di vista di chi ha incontrato la lettura di questo romanzo? Attraverso le righe della recensione di Maria Antonietta Selvaggio si è formato nella mia mente, quasi fosse un dipinto, lo scenario dei nostri giorni. E' proprio così: il pensare rischia di divenire un esercizio desueto. E anche inciampare in una pausa troppo dilatata, come è successo a me, è un rischio. Lasciarsi coinvolgere dal dinamismo quotidiano, dagli intrecci repentini della nostra società, non è buona cosa per l'intelletto che ha bisogno sì di dinamismo, fatto però di riflessioni, di quesiti, di pensieri.

    Così, auguro a chi si trova a visitare questa pagina una buona e attenta lettura della recensione di Maria Antonietta Selvaggio che con occhio critico, capace di essere dentro e fuori il romanzo, ci introduce nelle pagine di La morte prudente di Lucia Stefanelli CervelliL'autrice vede il lettore come un "dialogante di pagina" e la trama è un invito a pensare sull'epilogo plurale che coinvolge i tre protagonisti: Luca, Oscar, Giulia. 


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     Lucia Stefanelli Cervelli, La morte prudente, Emersioni 2021

    Recensione di Maria Antonietta Selvaggio

    La scrittura di Lucia Stefanelli è una scrittura riflessiva, filosofica. Nell’eccesso attuale di storytelling, e molto spesso di una narratività opportunista che pratica fino alla nausea  il romanzo storico o giallo, o noir, in ogni caso un genere il più possibile vicino al gusto improntato a modelli televisivi di fiction, l’autrice sceglie una via espressiva opposta, aristocratica nel senso letterale del termine. Anti-demagogica, per meglio dire, perché costringe a un esercizio desueto, quello di pensare.  Non  a caso è sua la definizione del lettore come «dialogante di pagina». Un lettore che non è furbescamente assecondato nel proprio immaginario plasmato e/o riflesso dal  mercato editoriale, ma chiamato a interrogare e a interrogarsi socraticamente, cioè a prendere sul serio la propria ignoranza. Si palesa così un’istanza profonda di serietà  intellettuale, un richiamo morale che risuona esigente e severo, in contrasto con una macchina culturale cinicamente asservita alle regole del consumo. Tutto ciò si  esplicita attraverso il testo con uno stile originale, elegante, carico di misurata empatia verso personaggi, per i quali la scelta di una morte prudente si rivela come  l’unico modo  per riprendere in mano la propria vita, per scoprire un’autenticità finalmente libera dai ritmi e dagli obblighi di una società fagocitante, dal travolgimento  forsennato di una  esistenza alienante ancorché di successo.                                                                                                                                                       

    Tre i protagonisti (peraltro destinati fatalmente a incontrarsi), ma non si tratta di tre distinti racconti: il libro è un romanzo ad andamento alternato in cui alla fine i tre personaggi - Luca, Oscar, Giulia - vengono convogliati in un «epilogo plurale». Anche questo espediente narrativo rientra, come altri aspetti lessicali e semantici (a partire dal titolo), nella chiave dello scritto che è astratta, speculativa, muovendosi il tutto alla ricerca di un senso smarrito del vivere o sistemicamente mancante.                                                                                                                             

    L’epilogo è plurale, perché è necessario che ciascuno trovi la sua soluzione, che la diversità venga rispettata, che la distinzione di ciascuno sia irriducibile “ad unum”, affinché ciascuno affermi la propria individuale identità. Una conquista, questa, che richiede il distacco se non il rifiuto della vita interpretata  (più che vissuta) fino ad allora: un recupero di autenticità che si avvera voltando le spalle all’iperattivismo saturante o alle aspirazioni compulsive. Nella sinossi, scritta dall’autrice stessa, leggiamo: «Smarrito in una realtà che non lo rappresenta più, rifugiato nel nucleo del proprio incerto riconoscersi, Luca Vandelli delega all’accadere la propria residua curiosità di vivere, negando, nella dignità del rifiuto, l’inutile vorticare di un presente ormai disfatto e incapace di proteggersi dal magma dell’indistinto. Giulia Sarli e Oscar Fontana, con la loro contorta vicenda relazionale, entreranno di prepotenza nella sua vita. Anch’essi a definire - consapevoli del lento spegnersi dei propri effimeri desideri e approdati alla percezione di un’irrimediabile perdita di senso - la singolarità di una propria “morte prudente”. Nessuno approderà alla disfatta del suicidio e neppure vivrà in espiazione di colpe. Solo, l’azzeramento del tempo diffidato di ogni attesa.  Il romanzo è parabola del sentore di esproprio che aggredisce oggi le coscienze più attente». Luca, uomo di successo, inventore compulsivo di storie per la televisione, a un certo punto si rende conto di essere finito in un groviglio di trame, personaggi, luoghi in cui non riesce più a «districare se stesso, a prendere una pur minima distanza da tutta quell’indiscriminata compagnia di presenze, prepotenti e ribelli, che da lui avevano ormai succhiato tutto, insaziati vampiri, il suo umore vitale, il suo orientamento d’esserci». Così decide di «abbandonare tutto», recidendo ogni legame sociale, e non per un progetto alternativo: «Nessun impegno. Nessuna prospettiva. Guardare al vivere, insomma, come ad un grado zero».     

    Oscar, famoso gallerista, legato a Giulia da un opprimente debito morale-sentimentale, sceglie di diventare «uomo del tutto libero, sgravato di un peso ormai troppo difficile da sopportare ancora».

    Giulia, l’artista dalla personalità complicata e irrisolta, giunge alla determinazione di «liberarsi di se stessa». In che modo? Ritornando indietro nel tempo e nello spazio: «Scelse per sé la sua stanza da ragazza. La rioccupò più spoglia ancora di arredo. Dagli armadi estrasse vecchi abiti dismessi, cose adolescenziali […] sarebbe vissuta lì, in semplicità assoluta».

    Ognuno dei tre protagonisti, chiudendo il cerchio della propria vita, cerca un rifugio claustrofobico: un’anonima camera d’albergo per Luca; una galleria d’arte con una collocazione sotterranea per Oscar; per Giulia un atelier, spogliato (anzi rivestito) in modo da cancellare le tracce imprigionanti del passato.

    La lettura del romanzo lascia un interrogativo aperto sul significato della morte prudente: una resa? Una risposta alla perdita di senso? Un’estrema autodifesa? Un fare pace con se stessi? Un aggrapparsi etico a una delle quattro virtù cardinali?

     

     

    DIETRO LE QUINTE DI UN RACCONTO
    L'IMPRONTA DELLA VITA
     

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    Martedì, 27 Febbraio 2024
    di Francesca Girardi

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